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CLAUDIA USAI, "Antonin Artaud: tre ipotesi di messa in scena"

 

C. Usai, Antonin Artaud: tre ipotesi di messa in scena, in "XÁOS. Giornale di confine",Anno I, n.2 luglio-ottobre 2002, URL: http://www.giornalediconfine.net/n_2/art_10.htm

 

Il Teatro per Artaud è Evento, qualcosa di unico ed irripetibile 'non riproducibile' dunque come copia. La copia determina ripetizione ed è determinata dalla ripetizione. Il Teatro porta in sé questa colpa: la frattura tra il testo scritto e la rappresentazione; la parola è cadavere ed uccide al tempo stesso l'essenza stessa del Teatro (quasi a neutralizzarla), la sua unione con la Vita. Allora l'unico modo per ri-affermare e ri-conciliare e la Vita e la frattura, è "la Parola prima delle parole", una parola evocativa dunque, originaria che, disincagliata dalle regole linguistiche, emerge nel suo accadere. La Parola è soufflée … soffiata, bisbigliata in un prolungamento dello Spirito. La Parola risorge dunque dalle sue stesse ceneri per trasformarsi in irripetibile. Il Teatro non viene configurandosi in Artaud come separazione. L'"affermazione della crudeltà" è l'affermazione della vita stessa dell'uomo, è drâma. Parola e gesto saranno dunque uniti in una scena "non-teologica" ma evocativa. Una scena complessa da rendere visivamente, una scena che sta al limite forse tra Teatro e Cinema. Immagini che tutto comprendono, oscure come l'animo umano, pesanti di un silenzio contratto nell'istante.
Difficile pensare al notturno, portare in scena quell'irrappresentabile che sta nello-sfondo e al-fondo. Forse allora le categorie di spazio e tempo non sono più da intendersi come "ordinatrici". Lo spazio e il tempo si dilatano e si contraggono in uno scenario onirico in cui luci e colori sembrano illanguiditi, in cui ciò che conta è il residuo silenzioso di un pensiero che è sempre un non-pensare-ancora… come un'arrancare faticoso e sofferto tra i labirinti della propria anima che sfiora e soffia il circostante senza mai possederlo pienamente[1] (A.P. , N. d. R)

 

1. C. Usai, Scenografia per I Cenci (1935) di A. Artaud - Scena II
La struttura è di una normale tragedia in quattro atti. E' stata composta seguendo l'omonima tragedia di Shelley. Artaud rinnova il mito, immergendolo nella disperazione esistenziale e nella crudeltà del suo tempo.
Argomento
I Cenci sono una nobile e potente famiglia romana. Alla fine del Cinquecento, la maggior parte dei suoi membri muoiono di morte violenta.
Scena
Interno del palazzo Cenci.

2. C. Usai, Scenografia per La Pietra Filosofale (1934) di A. Artaud - Atto unico
Argomento
In un angolo della casa c'è il laboratorio degli esperimenti del dottore. Arlecchino che da molto tempo ha notato Isabella, la desidera. Si introduce nella casa col pretesto di prestarsi ad un esperimento del dottore: costui è alla ricerca della pietra filosofale.
Scena
Una nicchia scavata in un grande telaio nero. La nicchia occupa quasi tutta l'altezza del palcoscenico. Una grande tenda scende a terra e si svolge in grosse falde. In primo piano, un tavolo dai piedi massicci e un'altra sedia di legno. La tenda è illuminata dall'alto e dal basso. Lascia apparire quando scostata la sala operatoria.

3. C. Usai, scenografia per La sonata degli spettri (1933) di A. Artaud - Scena III.
Dramma borghese in tre atti dall'omonima opera di Strindberg. La messa in scena si ispira ad una specie di doppia corrente tra una realtà immaginaria e ciò che ha preso contatto a un certo momento con la vita, per staccarsene poi quasi subito.
Argomento
Una casa trasparente serve da centro di attrazione al dramma. Questa casa aperta ci permette di vedere fin dentro i suoi segreti. Un salotto rotondo messo in primo piano vi assume un senso magico. Diversi personaggi girano attorno alla casa come dei morti attirati dalle loro spoglie.
Scena
Casa vista dall'interno, un salotto, un armadio, dei manichini, una grande tenda. I muri sono aperti, perforati, trasparenti: lasciano vedere il cielo, l'aria, la luce esterna.


[1] Bibiografia al testo

A. Artaud, Il Teatro e il suo Doppio, Einaudi, Torino 1964.
A. Tagliapietra, Il velo di Al cesti. La filosofia e il teatro della morte, Feltrinelli, Milano 1997.
M. Blanchot, Il libro a venire, Einaudi, Torino 1969.
J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971.